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La nuova periferia è sostenibile

Il ruolo dell’agricoltura biologica e biodinamica nella rinascita delle zone marginali

Il 22 luglio 2019 si è tenuto il primo dei quattro incontri aperti al pubblico organizzati dal Laboratorio internazionale della comunicazione dedicati alla sostenibilità

Durante questa prima conferenza digitale Cinzia Scaffidi (giornalista e docente all’università di scienze gastronomiche), Manuela Giovannetti (docente di microbiologia agraria) e Carlo Triarico (presidente dell’associazione per l’agricoltura biodinamica) hanno affrontato il tema dello sviluppo sostenibile, con una particolare attenzione alla rinascita dei piccoli borghi e delle zone di periferia.

Il laboratorio internazionale della comunicazione è una summer school di lingua e cultura italiana che si svolge tutte le estati a Gemona del Friuli, quest’anno ha organizzato quattro eventi online dedicati allo sviluppo sostenibile, in cui si è discusso sulle soluzioni concrete per una ripresa più green

Il primo degli incontri, di cui potete trovare il video completo sul canale YouTube del laboratorio internazionale della comunicazione, riguardava la necessità delle periferie, definite in gergo tecnico “aree interne”, di rinascere. Così sono definite quelle zone non pianeggianti e caratterizzate da una distanza significativa dai principali centri servizi legati per esempio alla salute o alla mobilità, tuttavia un’altra loro peculiarità è l’elevata disponibilità di risorse sia culturali che ambientali.

È proprio quest’ultimo il punto principale su cui si fonda l’incontro: sull’esigenza di far ripartire questi territori in modo sostenibile, grazie alla loro ricchezza in sistemi agricoli, foreste, risorse idriche e tanti altri mezzi che permetterebbero una crescita che vada sia a favore dei cittadini che dell’ambiente.

Ma in che modo?

Una delle prime soluzioni su cui si sono soffermati i relatori riguardano il bisogno di incrementare le attività di agricoltura biologica e biodinamica, distinzione che il dottor Triarico spiega prontamente all’inizio dell’incontro:

“Per quanto riguarda l’agricoltura biologica e biodinamica, innanzitutto vi è una definizione storica: l’agricoltura biodinamica è quella da cui nasce tutto il movimento dell’agricoltura biologica. All’inizio degli anni 20 del 1900 cominciava la declinazione industriale dell’agricoltura, tuttavia si produceva di più: aumenta la produzione ma con essa anche la diffusione di malattie e le ingiustizie sociali, ed è qui che nasce l’esigenza di un nuovo tipo di agricoltura, che fosse ecologica ma moderna. - La differenza è che l'agricoltura biodinamica segue tutti i regolamenti di quella biologica ma è più restrittiva: alcune sostanze permesse nell’agricoltura biologica, come il rame, sono vietate in quella biodinamica, la produzione è a ciclo chiuso, quindi si riciclano sia le parti vegetali che animali. Sono necessarie rotazioni molto articolate dei terreni, cambiando colture per non danneggiare la terra, inoltre dobbiamo destinare almeno il 10% della superficie dell’azienda alla biodiversità.”.

La diversità è ricchezza

La biodiversità in questo settore è molto importante per la qualità dei prodotti, grazie ad essa il terreno si popola di insetti, il che impedisce ad uno di loro di prevalere sugli altri e di conseguenza che faccia ammalare le piante, grazie a questo sistema è anche possibile eliminare i pesticidi.

La molteplicità della periferia genera una forza risanatrice, Triarico ricorda che la biodiversità è una questione di periferia e lo spiega utilizzando il paragone emblematico della lente di Escher: artista che partendo da un’immagine grande e definita al centro si allontana verso la “periferia” articolando una moltitudine di immagini e di realtà. È per questo che, per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile, dobbiamo partire dalla periferia.

In Italia, come ricorda la dottoressa Scaffidi, circa il 15% della superficie è coltivata in maniera biologica e biodinamica, tuttavia dei sussidi economici in ambito di fondi europei destinati all’agricoltura biologica e biodinamica in Italia sono circa il 2.5%.

Questo perché la politica nel nostro paese tende a pensare che lo sviluppo e il progresso siano nelle fabbriche, nel turismo, nei grandi alberghi, e non nell’agricoltura. È paradossale pensare che siamo stati noi italiani i primi ad aver capito il grande valore dei capitali agricoli ma,allo stesso tempo, anche quelli che hanno negato l’importanza di questo settore.

Triarico concorda con le parole di Cinzia Scaffidi, affermando che l’errore sia quello di considerare l’agricoltura solo come attività produttiva, perché questo induce a valutare improduttivo il costo del capitale impiegato (macchine, terreno..) perché porta a produrre meno valore rispetto ad altri settori.

L’agricoltura prima di essere un’attività economica è un’attività sociale, l’agricoltore è quello che protegge il paesaggio oltre a coltivarne i prodotti, tutela l’insieme dell’habitat che è importantissimo per avere un territorio sano e libero da frane. Da’ anche benefici dal punto di vista sociale: comprando un prodotto della nostra terra, oltre ad aver ottenuto in cambio un bene aiutiamo gli abitanti di quella terra e sosteniamo il territorio.

Le prospettive della biodiversità e dell’agricoltura biodinamica

La biodiversità è entrata come obbligo nella strategia Biodiversity dell’Unione Europea, che stabilisce che in 10 anni in Europa almeno il 10% della superficie dovrà essere destinato alla biodiversità.

Un’altra strategia per una produzione più green è il farm to fork, per cui è necessario ridurre l’uso di pesticidi della metà entro 10 anni, per arrivare ad avere, nel 2050, completa assenza di pesticidi in campagna.

L’italia è il primo paese europeo per produzione agricola nonostante disponga di meno ettari rispetto ad altri paesi, ma grazie alla nostra biodiversità riusciamo a produrre il doppio del valore.

Il fatturato italiano per un ettaro in un anno è mediamente di €3200 euro, in biodinamica è di €13300, ma questo non è l’unico vantaggio dell’agricoltura biodinamica. Basti pensare che in Italia solo il 39% delle aziende agricole (considerando le imprese, non le piccole aziende) ha qualcuno assunto e il restante 61% non ha neanche una persona a lavorare, in biodinamica ci sono in media 19 addetti per azienda. 

L’impatto del Covid-19 sui produttori di piccola scala e i progetti per la periferia

Il problema principale presentatosi durante i mesi più duri dell’emergenza Covid è stato quello dell’instabilità delle filiere, che consiste nella necessità di vendere i prodotti agroalimentari nel giro di poco tempo. L’emergenza sanitaria però porta le persone a consumare più prodotti di alta qualità, è per questo che i biodinamici hanno visto aumentare del 28% le vendite tra aprile e maggio. La pandemia ci ha reso più poveri ma più consapevoli dell’importanza del cibo, della salute e dell’ambiente, ed è per questo che ci si reca sempre di più dai locali. 

Un’epidemia globale porta grande incertezza, in Italia rischiamo infatti una riduzione del 40% dei prodotti alimentari. Quando arrivò la peste le comunità che ripartirono e si arricchirono rapidamente subito dopo le malattie sono quelle dei piccoli borghi e contadine. Le grandi strutture allora artigiane furono quelle che, invece, faticarono di più. La ricchezza non è solo accumulazione di valore, ma è anche determinata dalla qualità della vita, legata alla possibilità di evolversi. 

Amartya Sen, indiano e premio Nobel per l’economia, spiegava che quando i colonizzatori inglesi abbandonarono il suo paese le epidemie cessarono, questo perché nei momenti di carestia e penuria di beni le piccole comunità aiutarono quelle più in difficoltà, questo perché erano libere e, dunque, stavano meglio.

 

In questo articolo ho raccolto le informazioni e le riflessioni che ho ritenuto più interessanti di questo primo incontro, nelle prossime settimane parleremo anche degli incontri successivi per trattare anche con voi gli importanti temi toccati dal laboratorio internazionale della comunicazione.

Chiara Di Niccolo

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