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In Antartide è in forte crescita un paradossale “turismo responsabile”

L'Antartide è il continente più remoto del pianeta. 

Ha il 90% del ghiaccio nel mondo ma è considerato un deserto perché la precipitazione annua è di soli 200 mm.

Recentemente vi abbiamo raccontato dell’emergenza che sta vivendo questo magnifico territorio: Si stima che tra il 1995 e il 2001 la piattaforma abbia perso 2500 chilometri quadrati di superficie, facendo ridurre la sua dimensione di circa il 40%.  


L’innalzamento delle temperature è naturalmente un punto chiave per comprendere la grande perdita dei ghiacci antartici. La penisola continua a scaldarsi e, il 6 febbraio di quest’anno, la base argentina di Esperanza ha rilevato 18.3°

Insomma, ora in Antartide c’è una temperatura perfetta per stare all’aria aperta, viene quasi voglia di fare i bagagli e andare a visitare questo luogo incontaminato.

Incontaminato?

Non esattamente, il turismo in Antartide infatti esiste da molto tempo, nasce negli anni cinquanta quando era ancora destinato ad un pubblico esclusivo e disposto a spendere molti soldi per un viaggio di questo calibro. Questa esperienza diventa sempre più popolare a tal punto che, nel 1991, sette compagnie di operatori turistici formano la IAATO (associazione internazionale dei tour operator dell'Antartide), con lo scopo di promuovere un turismo responsabile dal punto di vista ambientale.

I viaggi in Antartide crescono, ma di che numeri parliamo? 

Il turismo in Antartide interessa principalmente il periodo estivo, che nell’emisfero australe va da novembre a marzo.

 Tra il 1992 e il 1993 si contano circa 6700 turisti, alla fine del secolo il numero sale vertiginosamente a 15000. Dopo la crisi del 2008 che porta ad un’inevitabile caduta di queste cifre, esse salgono di nuovo nella stagione 2018-2019 toccando i 56000 turisti. 

La maggior parte dei visitatori viene da Ushuaia, in Argentina o da Punta Arenas, in Cile.


Il “turismo responsabile” 


La IAATO, stima che durante questa stagione si raggiungerà un picco di 78.500 turisti, registrando un aumento di circa il 40%. 

I tour operator insistono sul definire i propri clienti “esploratori” rispetto a “crocieristi” e si impegnano a far rispettare alcune regole rigorose come il divieto di introdurre specie invasive, quello di mantenersi a una distanza rispettosa dalla fauna selvatica, non allontanarsi dai percorsi segnalati e non raccogliere nulla. 

Lo scopo è mostrare a chi, dopo aver visto con i propri occhi la bellezza di questo continente, sia anche in grado di promuoverne la salvaguardia.

Qual è il paradosso?

Come abbiamo spiegato in uno dei nostri ultimi articoli, il territorio antartico è uno dei più vulnerabili e che risentono di più degli effetti dei cambiamenti climatici. 

Uno dei territori prediletti per il turismo in Antartide è la Half Moon Island, dove gli “esploratori” possono entrare in contatto con la fauna selvatica che, convenzionalmente, è possibile vedere solo nella cattività di uno zoo o in un documentario.

La presenza umana è sicuramente dannosa sia per il territorio che per la fauna locale, come è possibile allora tentare di promuovere un turismo sostenibile che, di per sè, di sostenibile ha ben poco? 

Visitare l’Antartide può forse aiutarci ad essere più consapevoli circa gli effetti dei cambiamenti climatici?

Ci sono dei lati positivi di queste ondate turistiche?

Scrivici nei commenti qui sotto che cosa ne pensi, potrebbe essere utile anche ad altri!

 

 






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